TUMORE AL POLMONE
GRAZIE AI FARMACI INTELLIGENTI
I PAZIENTI MIGLIORANO QUALITÀ DI VITA E SOPRAVVIVENZA
MA IN ITALIA CI SONO PAZIENTI DI SERIE A E DI SERIE B:
“COLPA” DELLA MANCANZA DI DIAGNOSI GENETICHE
E DELLA MANCANZA DI UNA RETE ONCOLOGICA
SONO ANCORA TROPPO POCHI I PAZIENTI
CHE ACCEDONO ALLE TERAPIE PERSONALIZZATE
E SPESSO NON SANNO CHE PER IL LORO TUMORE
ESISTONO FARMACI MIRATI
LO STATO DELL’ARTE DELLE TERAPIE MOLECOLARI
E LA FOTOGRAFIA DELLA SITUAZIONE ITALIANA
VENGONO DALLA 3° CONFERENZA INTERNAZIONALE DI ONCOLOGIA TORACICA
A NAPOLI DAL 28 AL 30 GIUGNO
PROMOSSA DALL’ASSOCIAZIONE ITALIANA DI ONCOLOGIA TORACICA (AIOT)
Roma, 27 giugno
Tumore al polmone, uno spiraglio di luce nella terapia. Almeno per quello ‘non a piccole cellule’, che colpisce anche chi non ha mai fumato. Ci sono farmaci intelligenti, i farmaci a bersaglio molecolare che agiscono sulla mutazione genetica. Una compressa da prendere a casa, per una migliore qualità di vita e più possibilità di sopravvivenza. Alcuni sono già pratica clinica, altri stanno per arrivare, altri ancora sono in fase avanzata di studio. Una buona notizia se non fosse che in Italia sono ancora pochi i Centri che fanno diagnosi genetica e troppo pochi i pazienti che accedono a queste terapie. Tutto sta nella fortuna – perché di fortuna si tratta – di aver bussato alla porta giusta. Pazienti di serie A e di serie B. Inconsapevoli di esserlo. Una fotografia piena di luci – le scoperte della Ricerca – e di ombre – le disparità di accesso alle cure – quella dell’oncologia toracica nel nostro Paese scattata in occasione della Conferenza stampa di presentazione della 3° Conferenza Internazionale di Oncologia Toracica (CIOT) da Cesare Gridelli, presidente della Conferenza, e da Filippo de Marinis , presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Toracica (AIOT), istituzione che ha promosso l’evento.
«Abbiamo preso la strada giusta. Su questo ormai non ci sono più dubbi. Certo c’è ancora molto da fare – dice Cesare Gridelli, Presidente di CIOT 2012 - Fino a qualche anno fa un paziente con una diagnosi di tumore al polmone aveva a disposizione esclusivamente la chemioterapia. Grazie alla diagnosi molecolare sul tessuto possiamo conoscere l’anomalia genetica del tumore di ogni paziente e quindi utilizzare il farmaco mirato. Abbiamo la possibilità di selezionare i pazienti che rispondono maggiormente ai nuovi farmaci. Effettuata la selezione identificando l’alterazione genetica possiamo trattare il paziente con farmaci biomolecolari nella pratica clinica o all’interno di studi clinici con nuovi farmaci. Inoltre, si riducono gli effetti collaterali soprattutto nei confronti delle cellule e dei tessuti sani, con maggiore tollerabilità del trattamento. Il tutto con più possibilità di stabilizzare la malattia avanzata in malattia cronica. I farmaci a bersaglio hanno rivoluzionato l’approccio terapeutico al trattamento del tumore al polmone. Si sta andando incontro alla terapia super personalizzata. Ma è veramente importante che anche i pazienti se ne rendano conto e che a fronte di una diagnosi non si perdano d’animo e cerchino il Centro che possa garantire la terapia in modo completo e soprattutto anche una fase diagnostica che permetta l’acquisizione di un adeguato campione di tessuto tumorale per effettuare i test genetici necessari. Infatti oggi in circa il 50% dei casi viene fatta una diagnosi troppo superficiale e senza un adeguato prelievo di tessuto tumorale». Sì, perché non è così scontato che i pazienti ricevano in tutti i Centri terapie con i farmaci a bersaglio. Così come non è scontato che gli venga fatta una diagnosi genetica che è il primo passo per una terapia personalizzata. «Il nemico da combattere, questo tipo di tumore al polmone, non sembra più così invincibile - dice Filippo de Marinis, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Toracica (AIOT) e Direttore della I Unità Operativa di Pneumologia Oncologica dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma - Ma richiede armi sofisticate e mirate. Armi che la Ricerca sta mettendo a disposizione ma alle quali accedono, a tutt’oggi, solo una ridotta percentuale di pazienti venendosi così a creare una discrepanza di trattamento spesso incomprensibile. “Colpa” del troppo lento adeguamento della nostra Società, nel suo complesso, alle nuove possibilità diagnostico-terapeutiche offerte dalla globalizzazione della Ricerca. Un mix di responsabilità parziali e frammentate che fa sì che nel nostro Paese ci siano malati di serie A e di serie B, all’interno di un SSN che vorrebbe invece garantire tutti. In assenza di una generalizzata Rete oncologica a livello nazionale (troppo poche ancora le Regioni che se ne sono efficacemente dotate) il paziente non può sapere all’inizio del suo percorso se la fortuna lo ha portato a bussare alla porta di un Centro che gli potrà mettere a disposizione qualcosa in più oltre allo standard. I pazienti possono fare tanto: non farsi prendere dal panico e cercare un Centro dove sia possibile fare almeno la diagnosi su tessuto. Non è tempo perso, a volte la scelta migliore non è necessariamente quella di iniziare immediatamente la chemioterapia. Circa il 20 per cento di questi adenocarcinomi hanno mutazioni trattabili con farmaci in commercio, e il 40 per cento con farmaci in studio. Le probabilità, quindi, di rientrare in queste casistiche non sono poche e, quindi, vale la pena aspettare la risposta del laboratorio. Ma questo la dice lunga anche su quanto sia importante che più pazienti possibile possano accedere a queste terapie».